Myanmar (Birmania) – lo stato Shan
Scritto da Tripluca il 22/03/2007
Than Hlay si fa chiamare Dante, per i turisti sarebbe troppo complicato imparare un nome birmano, e per chi lavora nel settore, é una prassi inventarsi un secondo nome occidentale. Volto scurito dal sole, occhi sinceri, prima lavorava come raccoglitore di bambù, ora, con una lenta apertura del paese agli stranieri, fa l’autista di risciò e, quando capita, anche la guida di trekking.
Sono in molti ad approfittare dell’aumento dell’afflusso turistico per abbandonare il lavoro nei campi ed inventarsi una professione più redditizia.
Dante vive da sempre a Shwenyaung, un piccolo paese a 3 km di navigazione da Inle Lake, una vera perla dello stato Shan, il più grande della confederazione del Myanmar, purtroppo famoso, come tutto il triangolo d’oro, per le coltivazioni di oppio, qui gestite direttamente dal regime militare che controlla il paese.
Inle Lake é un luogo unico, nella parte meridionale sorgono villaggi costruiti interamente su palafitta, la gente che ci abita può spostarsi solamente attraverso piccole imbarcazioni di legno.
E’ curioso vedere cinque o sei bambini recarsi a scuola con la classica divisa verde e bianca,
su di una barchetta a remi; o ammirare giovani donne che raccolgono pomodori sempre a bordo di piccole imbarcazioni. Ma la cosa che più colpisce é la tecnica di remata dei pescatori, che restano in equilibrio su di una gamba e con l’altra accompagnano il remo.
Sembra di essere immersi in un altro mondo, una Venezia della preistoria, il tutto reso ancor più incredibile da una cornice di verdi montagne.
L’agricoltura viene praticata grazie a veri e propri orti galleggianti realizzati poggiando della terra su di un intreccio di alghe e canne che galleggiano sul lago, ancorati al fondo del lago grazie ad alcune canne di bambù.
Un’altra attività caratteristica della zona é la tessitura; il cotone e la seta vengono ancora lavorati a mano e con telai di legno dalle donne.
Vengono realizzate sciarpe colorate, camice shan e splendidi longy di seta, tipica gonna birmana indossata anche dagli uomini.
Sulle rive del lago sorge Indein, un piccolo villaggio famoso per le decine di antichi stupa costruiti sulla collina e per la pagoda costruita sulla cima e raggiungibile grazie ad una scalinata tutta coperta da un’antica tettoia in legno.
“Prima tagliando bambù riuscivo a guadagnare uno o al massimo due dollari al giorno, e mantenere una moglie e due figli non era facile, ora con l’avvento dei turisti le nostre condizioni di vita sono migliorate”, ci racconta Dante mentre ci accompagna a visitare i villaggi sulle colline Shan.
Partiamo a piedi la mattina presto e incontriamo gruppi di donne che vanno a lavorare nei campi di riso, gruppi di giovani monaci che vanno di casa in casa a ricevere offerte, bambini che si recano a scuola con l’uniforme bianca e verde.
Il primo villaggio che incontriamo Loi Kaw, é raggiungibile solo a piedi o con carretti di legno trainati da buoi, qui i mezzi meccanici non arrivano.
La gente coltiva mais, riso, tè; vive in piccole casette di legno di bambù con tetti di paglia immerse in una vegetazione che avvolge tutto.
L’unica strada é ricoperta di fango a causa delle fitte piogge che nella stagione dei monsoni sono frequenti.
Pranziamo a casa di un’anziana signora che da offrirci ha solo una zuppa realizzata con tagliolini e insalata, non molto proteica devo dire. Al centro della stanza principale in cui vive insieme al marito e ad un magro gattino, c’é un braciere acceso giorno e notte che permette di cuocere il cibo, tenere caldo il the e, durante la notte, riscaldare.
La casa é quindi satura di fumo che rende difficile la respirazione a chi non é abituato, ma ci spiegano che il fumo é utile anche per tener lontane le zanzare.
La gente é molto ospitale, secondo la credenza buddista lo straniero é un dono divino e deve essere trattato il meglio possibile, ciò porta fortuna.
Entriamo in un’alta casa, dentro fa molto caldo. Su di una grossa fornace in pietra una donna sta riponendo foglie di tabacco appena raccolte tra piastre roventi e sacchi di stoffa contenenti grossi sassi, il tutto per farle seccare rapidamente ed essere cosi utilizzate per confezionare, sempre manualmente, dei sigari, molto più diffusi in Myanmar delle sigarette per il loro basso costo.
Partiamo la mattina presto con una canoa a motore, attraversiamo da nord a sud il lago Inle, ci fermiamo solo per acquistare in dollari il permesso speciale e per caricare a bordo un giovane ed elegante ragazzo che ci farà da guida “ufficiale” durante la giornata, senza di lui non avremmo potuto raggiungere Sankar.
Il lago diventa sempre più stretto fino a diventare un canale artificiale, eredità dell’impero britannico, largo una decina di metri, sulle sponde sorgono piccoli villaggi su palafitta e ogni tanto incrociamo altre barche cariche fino al limite di riso e pomodori.
Ci fermiamo a Hmawbe per visitare il mercato che si tiene una volta a settimana. Numerose barche sono ormeggiate lungo la riva del canale; le forti piogge della notte hanno reso quasi impraticabile l’intera area che si presenta come una distesa di grigio fango argilloso sul quale sono state montate fatiscenti bancarelle di legno, o più semplicemente, stesi dei teli colorati.
Le donne indossano un copricapo arancione, tipico dell’etnia Pa-O.
Nel mercato si possono comperare generi alimentari cotti e crudi o rudimentali attrezzi da lavoro fabbricati a mano.
Un soldato in uniforme mi sfiora col suo mitra a tracolla mentre la guida mi intima di non fotografare un gruppo di uomini che stanno giocando d’azzardo con uno strano dado, su ogni faccia é raffigurato un animale colorato.
La navigazione procede lenta attraverso una verdissima vallata, ci fermiamo ad un ponte dove é stato allestito un check-point, ci fermiamo per mostrare i nostri permessi a due militari che raramente devono controllare i passaporti di due europei.
Sankar é un villaggio aperto solo da due anni agli occhi degli occidentali, va ricordato che la maggior parte del paese é ancora inaccessibile senza i permessi speciali rilasciati della giunta militare.
Visitiamo il villaggio, la gente ci sorride e ci guarda un po’ stupita, troviamo riparo dalla forte pioggia che sta rendendo impraticabili le stradine fangose, presso una casa di legno costruita su palafitta.
All’interno vivono una giovane donna ed il suo bambino di pochi mesi; ci vengono offerte banane e tè.
Non incrociamo nemmeno un veicolo a motore, la gente é impegnata nei campi o in piccoli lavori artigianali, come il confezionamento di reti da pesca.
Il villaggio é incredibilmente silenzioso, ogni tanto dalle finestre delle due grosse scuole giunge il coro dei ragazzini che imparano a memoria gli slogan imposti dal governo. Si possono sentire anche le preghiere dei monaci provenire dall’antico monastero costruito interamente in legno tek, che si trova proprio sulla riva del piccolo lago.
Un centinaio di chilometri a nord del lago Inle sorge Hsipaw che, a causa delle restrizioni governative, si raggiunge solo dopo due giorni di autobus, percorrendo tratti di strada in condizioni disastrosi, ma immersi in un fantastico paesaggio collinare.
A causa delle avverse condizioni metereologiche un ponte é parzialmente ceduto e rimaniamo per circa sei ore in attesa che diversi volenterosi camionisti lo rendano nuovamente agibile.
Hsipaw é una cittadina di poche migliaia di abitanti, c’é una strada principale, un mercato mattutino da cui giungono i commercianti dai villaggi limitrofi, un cinema, la pagoda e qualche ristorantino.
Ad accogliere i pochi visitatori la Guest House di Mr Charles, che si é inventato un’attività turistica in questo luogo fuori dal mondo, organizzando escursioni nella campagna circostante, e lungo il fiume che divide in due il paese.
A piedi ci avventuriamo alla scoperta dei dintorni, camminiamo attraverso verdissime risaie, cascate, villaggi di poche case, dove il tempo si é fermato e l’uomo vive in simbiosi con la natura.
I campi vengono arati con attrezzi di legno trainati dai buoi, a seminare ci pensano le donne con i loro cappelli di paglia.
Non lo so se le zone da noi visitate rispecchiano veramente quelle che sono le condizioni di vita di tutto il popolo birmano, se questo senso di pace sia creato apposta per l’occhio del turista.
Il regime oppressivo, i prigionieri politici, i lavori forzati, le torture, i soprusi, ci sono, ma sembrano cosi lontani da quello che abbiamo visto noi.
I soldati sono ovunque, per le strade, nei mercati, sulle montagne a coltivare l’oppio, ma la gente non sembra curarsene troppo, anche se quando ho domandato ad un ragazzo durante un’escursione sulle montagne di Kalaw, se sapeva spiegarmi il perchè io non posso girare liberamente il paese, lui mi ha risposto “non te lo posso dire, potrebbero sentirmi”.
di Simone Contin
fotografie Ilaria Pagani e Simone Contin
Myanmar (ex Birmania): informazioni utili
Scritto da Tripluca il 25/12/2005
Myanmar (ex Birmania) “¦ un viaggio nel tempo
INFORMAZIONI UTILI
L’itinerario più battuto dai pur pochi turisti é: Yangon / Kyaiktiyo / Pyay / Inle Lake / Mandalay / Bagan, e Ngapali Beach per chi va al mare.
Il mio consiglio é di uscire il più possibile da questo usuale (ma affascinante) itinerario, se si vuole provare la fantastica sensazione di incontrare persone che non hanno mai visto un turista straniero. Sarete sempre accolti con gioia e sorrisi da tutti (soprattutto dai bambini)!
Da tenere presente che alcune zone sono vietate ai turisti (vicino al confine con India, Cina, etc.). La situazione varia continuamente.
Moneta: Altra informazione importantissima: le carte di credito e bancomat in Myanmar possono servire solo”¦. come segnalibro! Non vengono accettate da nessuno e non ci sono ATM. Conseguenza dell’embargo. Bisogna portare solo contanti (no Travellers’ Cheque). Meglio dollari americani. Vengono cambiati anche gli euro, ma ad un tasso più sfavorevole. Il cambio più conveniente é quello “nero”, che si effettua o presso l’hotel dove alloggiate o di solito al mercato. Assolutamente nessun pericolo se si viaggia con molti contanti in tasca!
Costi à§ 10/15 us$/giorno sono sufficienti se viaggerete in economia (come suggerito prima).
Periodo migliore: Da novembre a febbraio (poche precipitazioni, caldo non eccessivo).
Internet: àˆ sottoposto a censura (tutto il traffico in entrata e in uscita é filtrato), quindi nei pochi (e lenti) internet café presenti, molti siti non sono accessibili. Completamente inaccessibili le caselle di posta Yahoo e Hotmail. Le altre possono bloccarsi da un giorno all’altro a seconda di cosa scriverete nelle mail!
Medicine: Indispensabili gli antidissenterici e gli antibiotici intestinali. Come sempre quando si va in paesi con scarsa igiene alimentare, é consigliabile (ma non indispensabile) la vaccinazione antitifica (21 euro, dura 3 anni) e anti-epatite A (dura 10 anni).
Per finire é bene ricordare alcuni comportamenti che, come in altri paesi buddisti, é meglio evitare (o avere).
- mai toccare la testa dei bambini;
- togliere sempre scarpe (e calze) nei templi e monasteri;
- da seduti mai rivolgere i piedi verso Buddha o verso i birmani;
- non alzare mai la voce nè manifestare affetto al proprio partner in pubblico;
- nei templi non entrare con pantaloncini corti, mentre le donne devono coprire anche le spalle.
Alcuni consigli solo per le donne: non sedetevi mai sul tetto di un veicolo se sotto ci sono uomini (offensivo) e non toccate mai i monaci (nè loro possono toccare voi).
Se dimenticherete qualcuna di queste norme, state tranquilli che nessuno vi rimprovererà , ma certamente farete una pessima figura.
Per finire: non parlate mai di politica con i birmani, per loro é molto pericoloso.
Mingalabà !
AIUTA I PROFUGHI BIRMANI
www.aiutaresenzaconfini.org
Myanmar (ex Birmania) … un viaggio nel tempo
Scritto da Tripluca il 18/12/2005

Se partite per il Myanmar, quando vi troverete in volo sul Golfo del Bengala, a poche ore dall’arrivo, prendete l’orologio in mano e spostate il datario indietro”¦ indietro”¦ indietro”¦ di almeno un secolo!
Nel paese asiatico con la più duratura dittatura militare (43 anni) il tempo sembra essersi fermato.In Myanmar ho visto infatti campi che venivano coltivati senza il minimo mezzo meccanico, con aratri trainati da due buoi e il riso falciato e raccolto a mano, ciuffo per ciuffo, sotto il sole cocente.
Ho visto le strade in costruzione, i cui operai erano gruppi di ragazzi dell’apparente età di 15-16 anni, che spaccavano le rocce con le mazze e raccoglievano poi i sassi in ceste, portandole via sempre a mano. Le uniche due ruspe che ho visto erano inesorabilmente ferme. Forse perché la benzina costa più della mano d’opera di quei poveri ragazzi, ma anche perchè quelli erano lavori forzati!
Ho visto le donne che lavavano i panni e i piatti al fiume, come faceva mia nonna quasi un secolo fa. Questo perché, nel terzo millennio, in Myanmar l’acqua corrente in casa non ce l’ha quasi nessuno, e l’energia elettrica é presente solo per poche ore al giorno, nelle città , mentre nelle campagne é assente del tutto.
Ma ho visto anche la gente affascinata e incuriosita, dopo decenni di isolamento, al solo vedere passare un turista occidentale, tanto da seguirlo con lo sguardo fino a quando non scompariva dalla vista, accompagnandolo quasi sempre con un sorriso, un “hellò” o un saluto con la mano. E ciò in misura maggiore se si usciva anche di poco dagli itinerari turistici più battuti. Il tutto, naturalmente, unito alla perenne serenità e dolcezza che contraddistingue i popoli buddisti.
Ma cosa succede in questo paese di cui si sente parlare così poco, ma che tuttavia é grande il doppio dell’Italia? E soprattutto: andare o non andare in Myanmar?
Per rispondere a questa domanda che oggi divide la comunità dei viaggiatori, bisogna conoscere meglio cosa é successo da quelle parti nell’ultimo mezzo secolo. Poi cercheremo di rispondere insieme.
Ex colonia britannica, nel 1948 ottenne l’indipendenza dagli inglesi ma, appena 14 anni dopo, ricadde sotto un altro regime militare, questa volta di stampo socialista. E da allora ad oggi, politicamente, non é cambiato nulla.
Nel 1988 la popolazione, stanca dei continui soprusi del regime e delle precarie condizioni economiche in cui l’aveva ridotta, scese in piazza con gigantesche manifestazioni di massa, alle quali il Governo rispose inviando i carri armati. Risultato: più di 3000 morti in poche settimane.
Nel 1990, per rispondere alle pur modeste critiche internazionali e credendo di aver completamente neutralizzato tutti gli avversari, il Governo indisse libere elezioni che però furono stravinte dall’opposizione, capeggiata da Aung San Suu Kyi, figlia dell’eroe nazionale che in passato portò il Myanmar all’indipendenza. Cosa fece allora il Governo? La fece arrestare, mentre i dirigenti del suo partito furono completamente annientati (annientati = arrestati e/o uccisi).
Un anno dopo ad Aung San Suu Kyi fu assegnato il premio Nobel per la pace, oltre ad altri importanti riconoscimenti internazionali.
Oggi, nel 2005, Aung si trova ancora agli arresti domiciliari.
Le reazioni internazionali si sono limitate ad un blando embargo economico, attuato soprattutto dagli Usa. Ma, come spesso accade, l’embargo non ha minimamente scalfito la dittatura al potere, mentre chi ne ha fatto le spese é stata la popolazione, già sfinita dall’estrema povertà in cui viveva.
Oggi il Myanmar, secondo l’Onu, é uno dei 10 paesi più poveri al mondo.
Non così povera invece é la giunta militare al potere, che fagocita tutte le maggiori entrate del paese.
Secondo produttore mondiale di oppio dopo l’Afghanistan, in Myanmar infatti si estraggono anche discrete quantità di oro, rubini e zaffiri.
Ma le colpe più gravi dell’attuale governo sono le continue violazioni dei diritti umani, lo sterminio delle minoranze etniche (particolarmente degli Shan e dei Karen, ai confini con la Thailandia), l’uso sistematico dei lavori forzati anche su bambini, donne ed anziani, per non parlare poi dell’orribile pratica dello “sminamento” dei campi, denunciata anche da Amnesty International, che consiste nel far camminare i prigionieri sui campi minati finché non trovano le mine, saltando in aria.
Ora possiamo ritornare alla domanda iniziale. Andare o no in Myanmar?
L’embargo internazionale infatti si é spinto fino al boicottaggio del turismo, per privare il governo di ulteriori risorse economiche. E il boicottaggio del turismo é stato richiesto dalla stessa San Suu Kyi.
Dopo aver visitato il paese, posso dare in merito un consiglio diverso a seconda del viaggio che si vuole fare e del tipo di viaggiatore stesso.
NO ai viaggiatori che preferiscono acquistare un tour completo da un’agenzia di viaggio, alloggiare in hotel comodi o lussuosi, mangiare in eleganti ristoranti, spostarsi con voli interni. Tutti gli hotel e ristoranti più importanti, compagnie aeree, principali agenzie di viaggio locali sono di proprietà statale, o comunque collaborano con i militari.
SI ai viaggiatori fai da te, che alloggiano nelle modeste pensioni o alberghetti a gestione privata, che mangiano nei ristorantini familiari o nelle bancarelle per la strada, che acquistano i souvenir dai venditori ambulanti, che usano i piccoli pick-up, bus e risciò.
In questo modo si limitano al massimo i soldi che andranno allo Stato, e si darà lavoro e da mangiare a tante famiglie.
Insomma, andare in Myanmar é consigliato solo ai viaggiatori “Disorganizzati ed Indipendenti”, quali sono quelli a cui questa rivista é dedicata!
