Choi Hung non e’ un posto per turisti

Choi Hung significa arcobaleno. E’ anche il nome di un quartiere alla periferia nord di Hong Kong. Il piazzale degli autobus e’ uno spiazzo di asfalto nero circondato da terreni incolti, e si trova direttamente sotto ad una sopraelevata a 4 corsie, retta da colonne megalitiche. I palazzi sono tozzi e ingombranti, puntellati di finestre piccole, tutti molto simili: ce ne sono una dozzina, e si chiamano Kam Wah House, You Shek House, Kam Shek House, Hing Yip Building… Ti senti quasi sopraffatto, ogni tanto, quando li vedi stagliarsi chiari contro il cielo oscuro della notte. Sono inquietanti anche nella luce dell’alba: sembrano esseri meccanici dormienti.

Quando aspetto il minibus, nella notte, i palazzi mi osservano coi loro mille occhi di finestra; inespressivi e alieni, immobili come i predatori in attesa di una preda.

Ogni tanto la vedo, una preda. Sbuca fuori, piccolo insetto insignificante, un parassita che vive dentro al Choi Hung Estate: un uomo.

Gente che gira di notte, personaggi assurdi solitamente dotati di protesi dentali molto scadenti. Non mi guardano mai in faccia. Mi colgono di sorpresa quando me li vedo apparire davanti; sbucano dai tunnel sotterranei che collegano gli edifici, come vene o dotti deferenti (solo per la stazione della metropolitana ci sono otto uscite principali, piu’ altre secondarie). Portano borsacce di plastica, di solito, bucate e piene di non so cosa. Cianfrusaglie. Li vedo scavalcare i guard rail e attraversare la strada a piu’ corsie; alternano i passi rapidamente, i piedi scorrono sull’asfalto veloci: poveracci, hanno paura delle auto, continuano a guardare a destra e a sinistra facendo scattare la testa da un lato all’altro.

Osservo questi individui che cercano di sgattaiolare dall’altra parte della strada piu’ in fretta possibile, per potersi rifugiare nel buio sicuro della pensilina dell’autobus o sotto un cavalcavia o inghiottiti sottoterra dalla scalinata della metropolitana. Ho proprio l’impressione che noi, gli umani, siamo i parassiti. Siamo gli ospiti. Dobbiamo muoverci rapidi e senza fare troppo rumore; non dobbiamo disturbare lui, quell’essere meccanico gigante: Choi Hung. Dobbiamo temere le automobili nere,  pericolose bestie metalliche, senza occhi, che corrono lungo la strada. Tutto e’ squallido ma ordinato: le pentole, i tavoli e le sedie che durante il giorno servono per cucinare e vendere street food sono ammonticchiate con ordine e ammassate contro la parete della scala che porta al ponte pedonale. I muri sono scostati, gli scalini consumati, ma noi non vogliamo disturbare il dio Choi Hung, e allora raccogliamo le cartacce e i mozziconi con diligenza (questo e’ vero per tutta Hong Kong: c’e’ un esercito di disgraziati in tuta da lavoro che pulisce costantemente).  Teli gialli giacciono ogni notte piegati e impilati ordinatamente nell’angolo del parcheggio sotterraneo, sempre illuminato. Ma anche questo esempio di civilta’ e ordine, a volte, puo’ incrementare il senso di alienazione. I cestini dei rifiuti sono stati svuotati diligentemente, la sera, e i sacchetti neri appena cambiati luccicano sotto la luce dei lampioni. Se ti avvicini e sbirci un po’ ti accorgi che sono comunque un brulicare di scarafaggi.

Nello spazio ritagliato tra i palazzi giganti, noi parassiti siamo riusciti a ricavare piccoli paradisi dove poter esprimere la nostra socialita’. Un bar squallido ricavato da un garage, una fila di lavanderie, un parchetto; piccoli orti, due baracche di lamiera tirate su  in uno spiazzo di erbacce. Si tratta comunque di spazi angusti, sembrano (e forse lo sono) abusivi, piccoli fazzoletti di terra ai piedi delle montagne di cemento, austere, uguali, imponenti come antichi Dei severi e crudeli. Sembra davvero che ci sia un’entita’-citta’ vuota e aliena, cui appartengono i grattacieli, i casamenti dalla faccia rettangolare, gli enormi pilastri dei cavalcavia. E sembra che gli umani abbiano colonizzato timidamente la citta’ vuota, cosi’ piccoli da poter essere ignorati, come le formiche che lentamente costruiscono il loro formicaio tra gli ingranaggi giganteschi di una macchina.

Come dicevamo, del resto, Choi Hung (彩虹) in cinese significa arcobaleno.

Se li cerchi li trovi, i colori dell’arcobaleno: ordinatamente disposti in fasce orizzontali su alcune colonne interne della stazione della metro, o su balconi dei palazzi agglomerati nel blocco chiamato Choi Hung Estate; i colori sono stinti e anonimi, ovviamente.

Se guardi oltre gli edifci, pero’, appena oltre l’ultimo muretto di cemento, vedi la terra coperte di verde: foresta, rami e radici -persino un rigagnolo di acqua che scende dalle colline.

Simone Marini

www.simonemarini.com